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Il successo? All’estero. Qui la burocrazia uccide

 

Il ciclo dei prodotti non supera i due anni, serve innovazione, ricerca e strategie di posizionamento sui mercati internazionali. Thermocold è un’azienda leader nel campo della climatizzazione con sede a Bari, che esporta in Francia, Regno Unito, Spagna.

Una S.R.L. con un centinaio di dipendenti, un capitale sociale di 2milioni 236mila euro e un range di fatturato compreso mediamente tra i 6 e i 30 milioni di euro.

 

Una storia di successo che parte dalla Puglia e varca i confini nazionali, ma che ha proprio nella nostra regione il fanalino di coda nell’ambito dei mercati. Raccontiamo l’azienda e il momento economico insieme con Giuseppe Giovanni Renna, amministratore delegato della Thermocold.

 

Renna, che ruolo ha la tecnologia nel vostro lavoro? Sviluppo e ricerca sono davvero sempre più cruciali per reggere la concorrenza sui mercati?

«Sì, basta pensare che fino agli anni ‘90 il ciclo di vita medio dei prodotti toccava i dieci anni. Oggi, nel migliore dei casi, non arriva a due. È debilitante, e questo indica chiaramente come gli sforzi profusi nell’innovazione debbano essere impressionanti. Per quanto ci riguarda, dedichiamo molte risorse alla ricerca, ed è riconosciuto persino dai diretti concorrenti. C’è una nota impresa del Nord che opera nello stesso settore, i cui dipendenti visitano spesso il nostro sito internet per cogliere elementi di novità».

 

 

Quale rapporto esiste tra la Thermocold e il territorio pugliese?

«Detto francamente, è il tipico rapporto del “nemo propheta in patria”. Siamo un’azienda che esporta moltissimo e lavora costantemente col Nord Italia; i guadagni più bassi li realizziamo proprio in Puglia».

Ritiene che in parte ciò dipenda dal tessuto amministrativo e dalle istituzioni?

«Non mi sembra corretto ritenere le istituzioni responsabili di questa scollatura, nel solco del libero mercato un ragionamento simile è privo di fondamento. È vero però che l’esterofilia pugliese inibisce la comunicazione tra enti e imprese locali. Recentemente abbiamo appreso di una realizzazione pubblica definita “particolarmente brillante” in termini energetici, che in realtà si basa su tecnologia obsoleta. Non sarebbe stata una cattiva idea rivolgersi alla Thermocold, a due passi da casa, invece d’incaricare le aziende che hanno poi realizzato il progetto. Pazienza, continueremo a lavorare a Parigi. Gli imprenditori francesi suppongo si lamenteranno allo stesso modo».

 

Parigi appunto, ma anche Londra e la Spagna. Come siete riusciti ad affermarvi all’estero?

«Abbiamo sempre avvertito la spinta verso i mercati esteri per via del mio curriculum fortemente vocato. Inoltre, dovendo ammortizzare onerosi investimenti, sapevamo che l’Italia non avrebbe offerto alcuna garanzia di guadagno adeguato, col suo intricato sistema burocratico d’incassi e pagamenti. Altrove si cerca la qualità, c’è gratificazione, è più facile ottenere riscontri positivi sulle nuove tecnologie. In Italia tutti tirano sul prezzo, la filiera resta troppo complessa e il gioco al ribasso delle gare pubbliche ha effetti sconfortanti».

 

Per capire meglio e conoscere i passaggi, ci racconta come è nata Thermocold?

«La società attuale nacque nel 1994, a seguito dell’acquisizione da parte di un gruppo di imprenditori veneti di cui facevo parte. Incontrammo gli allora proprietari della Thermocold e ci fu subito unità d’intenti, così ci accordammo. Tutto questo è buffo se si pensa al momento in cui accadde, quando dal Nord iniziavano a diffondersi spinte secessionistiche rispetto alla nazione. Immagini: in aperta controtendenza alcuni veneti sbarcavano in Puglia per investire, innamorandosi della vostra regione».

 

I risultati commerciali furono immediati?

«Il successo fu abbastanza immediato, anche grazie a indubbie professionalità a nostra disposizione. Raggiungemmo subito livelli di fatturato importanti, naturalmente a fronte di grossi investimenti: ricordo che siamo stati i primi in Italia ad utilizzare postazioni di collaudo tecnologicamente avanzate nel nostro settore».

 

Come proseguì la strategia imprenditoriale, dopo i primi successi?

«Il passo seguente fu quello di voler allargare il bacino d’azione. L’apertura di un filone che si occupasse di nuovi orizzonti professionali culminò nella ricerca di sistemi climatizzanti per carrozze ferroviarie, e tutt’ora siamo uno dei principali fornitori di Trenitalia sui convogli regionali».

 

Sulla scorta dell’esperienza maturata e alla luce del momento economico che stiamo vivendo, come visualizza il futuro dell’azienda da qui a dieci anni?

«È un esercizio complicato. Il futuro non può prescindere da contesti sempre più ampi: il vecchio sogno delle PMI italiane che crescono floride come negli anni ‘60 è pura utopia, la lotta si è fatta durissima. Cina e India premono inesorabili, bisogna che gli imprenditori capiscano che compiere un salto di mentalità è l’unica soluzione per restare competitivi. Non ci si può più illudere che basti comandare nel proprio orticello».

 

Angela Accarrino

 

 

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