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Pensiamo al pane quotidiano non ai migranti

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Agli sbarchi ci siamo assuefatti e l’arrivo di un barcone carico di sofferenze ci lascia indifferenti.

L’empatia si è stemperata. La quotidianeità degli arrivi ha diluito il carico emotivo, la compartecipazione al dramma. Quella che per anni è stata collettivamente percepita come un’emergenza umanitaria, è diventata strutturale come lo sono i flussi migratori. Ma una volta arrivati, una volta messi in sicurezza, tutti quegli emigrati che siamo contenti si siano salvati, tornano a risvegliare le coscienze addormentate, distratte e indifferenti. Ci danno fastidio, diventano concorrenti nel mercato del lavoro, costi da sobbarcarci al posto loro, problemi di convivenza multietnica, fardelli sociali e burocratici. 

 

Sì l’Europa dovrebbe cambiare legislazione, non dovrebbe riversare sui Paesi frontalieri il carico del soccorso in mare, della prima accoglienza e delle pratiche di regolarizzazione. Ma se anche l’intera normativa migratoria nazionale fosse riorganizzata, ripensata, strutturata per essere la base di una naturale società interculturale, ne trarrebbe beneficio la comunità italiana, non solo il nostro sistema economico. Lo dicono i dati demografici, le rimesse, i numeri delle imprese straniere, le contribuzioni al sistema previdenziale. 

 

Nel frattempo abbiamo in casa una potentissima concorrenza. Sleale, spietata, capace di infangare la nomea del made in Italy, giocando al ribasso nei prezzi ma quel che è peggio nella qualità e salubrità dei prodotti. Eppure di questo non ci preoccupiamo affatto. Mangiamo tranquillamente il nostro piatto di spaghetti davanti al telegiornale che ci propina l’ennesimo salvataggio in acque internazionali, la storia dello scafista che si nasconde tra giovani provati dal mare, dalla fame, dalla sete, dalla paura e dalla morte di fratelli e compagni tra le onde.

 

Mangiamo svogliati la nostra pastasciutta fumante con il telecomando in mano pronti a cambiare canale sulle immagini di qualche centro di accoglienza e non pensiamo che quella pasta ha lasciato morire sul campo le spighe del dorato Tavoliere delle Puglie, ha dato in mano ai nostri agricoltori un pugno di centesimi cancellando generazioni di esperienza in quel granaio d’Italia che era la Capitanata. Non pensiamo che nel piatto non c’è più quel buon grano duro che ha nutrito per secoli la salute dei meridionali facendo la fortuna della Dieta Mediterranea, ma frumento vecchio che arriva dal Canada o dall’Ucraina, che resta stivato per mesi e mesi su navi in cui possono proliferare micotossine e speculazioni finanziarie, mentre prima respirava sotto il sole che asciugava i pomodori secchi sulle  terrazze di casa o le mandorle sui marciapiedi dei paesi. 

 

Siamo di fronte al paradosso di un sistema che da un lato vorrebbe limitare l’ingresso di migranti che potrebbero portare valore, capitale umano ed energia imprenditoriale al nostro mercato produttivo e occupazionale, e dall’altro lascia le porte aperte, senza indignarsi e senza mettere in campo alcuna azione di protesta nazionale, a materie prime di dubbio controllo in un Paese come l’Italia che fa del pane e della pasta uno dei suoi biglietti da visita. 

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