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La biodiversità del disordine agricolo italiano

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L’erba del vicino è più verde, soprattutto se riceve più aiuti europei o statali. Con la stessa velocità con cui assumiamo un atteggiamento vittimistico, spesso non abbiamo la capacità di attribuire il merito dell’altrui successo a capacità effettive.

Molti Paesi come Francia o Germania hanno modellato le loro capacità produttive sul clima o sul condizionamento ambientale così come hanno impostato il loro sviluppo industriale tenendo conto delle disponibilità in loco di materie prime. A quel punto, forti dei loro sistemi, sono riusciti ad imporre a livello europeo una solida struttura di mercato interna. 

 

Noi invece abbiamo spesso disperso conoscenze agroalimentari e produttive consolidate nel tempo, e che gli altri non avevano, per rincorrere modelli esteri che non si adattano al nostro sistema. Non avendo un microclima unico sarebbe meglio, ad esempio, non puntare su colture estensive e di massa ma puntare su una cabina di regia capace di coordinare tutte le attività correlate alla nostra varietà produttiva. Varietà di specie e di tipologie che dipende da una conformazione estremamente varia del suolo e del clima nel giro di pochi chilometri.

 

Dovremmo riconoscere che siamo fatti di casi particolari, anzichè tentare di adottare un modello univoco.

 

Ovviamente, lasciare tutto in capo alle Regioni può innescare, tra le altre cose, una logorante e dipendiosa lotta tra poveri che sui mercati non farebbe che aiutare i concorrenti stranieri. 

 

Siamo già una realtà estremamente frammentata per consentire ulteriori frazionamenti, se è vero che l’Ungheria ha un Psr, il Regno Unito 4, la Germania ne ha 15 e l’Italia ne conta addirittura 23. La competitività non può che risentirne se manca un coordinamento centrale. La legislazione concorrente ha svantaggi di opacità, attribuzioni di competenze incerte ma consente di dare un colpo al cerchio e uno alla botte.   

 

Con un fatturato 2016 stimato in 134 miliardi di euro (di cui quasi 29 derivanti dall’export), l’Industria alimentare è il secondo comparto manifatturiero italiano. Si stima che oltre 1,2 miliardi di consumatori mondiali, ogni anno, comprino un prodotto Made in Italy. 

 

Se le eccellenze italiane vogliono sfidare il mondo colmando in parte il gap con Germania e Francia (che nel 2015 hanno registrato, rispettivamente, export agroalimentari di 71,1 e 60,5 miliardi), hanno bisogno non solo di essere sostenute da tecnologie e garanzie di qualità ma dalla capacità di gestire finalmente bene quel “disordine organizzato” che deve essere il lavorato agricolo nazionale.

 

Non si può pensare che un sistema impostato sull’omogeneità, e dunque sulla semplificazione, vada bene per la biodiversità dei luoghi, dei produttori, del sistema Italia.

 

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