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Gender Pay Gap a dicembre ‘lei’ lavora gratis

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Dovremo aspettare solo 170 anni. Un recente rapporto del World Economic Forum ha calcolato che sarà possibile avere una parità salariale tra uomini e donne solo nel 2186. Secondo calcoli più ottimistici riusciremo a superare il Gender Pay Gap fra 118 anni.

Oggi, stando a una simulazione francese che tiene conto della media dei giorni lavorativi durante un intero anno e della differenza retributiva, risulta che le donne italiane lavoreranno gratis il mese di dicembre. Stanno decisamente peggio le estoni che regalano lo stipendio da settembre in poi.

 

Una ricerca datata 2015 su 8 milioni di dipendenti in 33 Paesi del mondo stima che la differenza tra la retribuzione maschile e quella femminile sia pari al 18 per cento. In Europa in base ad Eurostat scende attorno al 16%. Nella pratica i numeri saranno anche peggiori o migliori. Ma il punto è culturale. 

 

Lo hanno sollevato persino le tenniste dei massimi circuiti internazionali. Perchè Serena Williams che ha vinto 22 tornei del grande Slam in singolare e un totale di 71 tornei in 20 anni di carriera deve guadagnare “solo” 81 milioni di dollari in montepremi mentre Novak Djokovic, che ha vinto 12 Slam e conta 66 vittorie complessive in appena 11 anni di professionismo, ha incassato (sempre esclusi gli sponsor) 106 milioni di dollari? 

Perchè lei che gioca da quasi il doppio del tempo e che guadagna più del doppio della seconda in classifica (Maria Sharapova si ferma a 36 milioni), deve portare a casa ben 25 milioni in meno?

Perchè 4 medaglie d’oro olimpiche pesano nella pratica meno di 1 bronzo?

 

Non è solo una questione di maternità, congedi parentali, part time, lavori flessibili, e non è nemmeno lamentare il fatto che la cura della famiglia e della casa ricade quasi esclusivamente sulle donne. Perchè il divario resta anche quando i figli sono già andati a studiare al Nord o a lavorare all’estero. 

 

C’entrano piuttosto le discriminazioni nei luoghi di lavoro, le retribuzioni differenti con i colleghi uomini a uno stesso livello e con pari funzioni all’interno della stessa azienda, il mancato riconoscimento delle competenze femminili rispetto a quelle maschili, una ridotta rappresentanza nella politica e nell’economia, un numero ancora tristemente esiguo nei ruoli apicali di tutte le professioni. 

 

E c’entra anche il reddito di una donna che a causa del divario retributivo non solo vedrà penalizzato il suo conto in banca e ridotta l’autonomia familiare se ad esempio il suo nucleo è monoreddito ma, ricevendo uno stipendio inferiore a quello degli uomini, anche la sua pensione sarà più leggera con il rischio che in vecchiaia possa essere inclusa nelle statistiche di povertà.

 

C’entra in questo senso anche un accenno a quel no (anche questo culturale) alla violenza contro le donne che, riducendo l’indipendenza delle donne, spesso costringe tante vittime a subire maltrattamenti in casa non avendo la forza economica di sopravvivere, magari con i figli a carico, lontano dal domicilio coniugale.

 

Diversi Paesi tra cui Regno Unito e Germania stanno discutendo su nuove leggi capaci di ridurre il gap salariale tra uomini e donne. Noi?

 

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