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Ok ai saldi ma senza svendere l’intelligenza

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Naturale, nell’ottica italiana della propensione al risparmio, voler spendere il meno possibile e chiedersi, al momento dell’acquisto, quale sia il ricarico sulle merci e l’effettivo margine di guadagno dei negozianti se è vero che, anche tolto quel 20-30% dei saldi di fine stagione, ci guadagnano comunque.

 

Questo accade perchè normalmente non paghiamo il giusto prezzo, che è quello che dovrebbe essere maggiorato solo in caso di certificati di qualità, costi di sicurezza e passaggi di filiera.

Cerchiamo lo sconto ma siamo sicuri che non sia meglio pagare qualcosina di più per avere alcune garanzie sostanziali?

 

 In un’epoca di consumi indotti, in cui ci hanno abituati a dipendere h 24 da smartphone e tablet, ad essere reperibili con un telefonino 365 giorni all’anno con l’illusione che tutto il mondo aspetti il nostro commento social e la presunzione che non ne possa fare assolutamente a meno, quando tutto è invece estremamente pilotato dall’esterno, dovremmo chiederci se non sia il caso di soffermarci un pochino meno sulle apparenze e concentrarci un pizzico di più su quel che c’è dietro un’etichetta.

 

Se un vestito firmato ci fa gola e non vediamo l’ora di sfoggiare un accessorio marchiato ma la targhetta di una prestigiosa maison casalinga porta una fascetta di fabbricazione asiatica, non sarebbe il caso di rinunciare all’acquisto? 

 

Non si tratta di protezionismo o protesta ma di non essere presi in giro, di rivendicare un principio di autenticità e di autotutela, di salvaguardare quel made in Italy che dovrebbe essere la chiave di volta del rilancio economico nazionale in campo agricolo, dove ad esempio la Puglia fa la parte del leone, culturale e turistico, come in ambito industriale o creativo, declinato in tutte le sue sfaccettature. 

 

Perchè se un falso prodotto italiano, dai fake product all’Italian sounding, raggiunge i mercati sottraendo terreno ai prodotti autentici, oltre a ferirne la reputazione, taglia le gambe all’economia autenticamente italiana che ha fatto i salti mortali per superare i confini o sconfiggere la concorrenza sleale. 

 

L’economia globale ha reso più difficili i controlli e terribilmente permeabili i mercati ma siamo ancora dotati di un minimo di intelligenza critica di cui possiamo far uso non solo per sagaci invettive via web: se i pomodori pelati costano 30 centesimi meno di tutti gli altri, meglio sacrificarne altri 15-20 per salvare posti di lavoro in Italia a scapito della qualità sicuramente meno certificata del triplo concentrato d’Oriente. Come sappiamo bene che l’olio non può costare 3 euro al litro. 

 

 

Ci sono tante logiche che sfuggono alla nostra comprensione come quella che rende la lattuga tedesca più conveniente di quella lucana o le arance spagnole meno care di quelle siciliane nonostante migliaia di km di benzina consumata in più per farcele arrivare. Senza doverle decodificare mentre facciamo di corsa la spesa al supermercato o compriamo un maglione ai saldi, attratti dal 40% in meno, cerchiamo però di non svendere del tutto la nostra intelligenza.

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