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Se a cambiare il mondo sono gli anziani

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Sarà questione di abitudine o di sperare, più o meno inconsciamente, che prima o poi succeda anche da noi.

La parabola del giovane nerd che esce dal garage con in tasca la compagnia che vale milioni di dollari, o il mito del self made man che parte dalla provincia più sperduta e a 30 anni, quando la maggior parte dei nostri ragazzi sta ancora uscendo dalle università con le idee confuse sul da farsi e una carriera ancora tutta da imbastire, guida già la multinazionale senza nemmeno essere figlio di papà. Ci affascinano e non è un caso che, quando succede, le storie di questi italiani modello finiscano in copertina. E ci finiscono per una ragione: non sono la norma ma, appunto, l’eccezione, il sogno nel cassetto di un Paese che vorrebbe ma non ce la fa.

Ci aspettiamo tutti che a dare lezioni di galoppante imprenditoria siano giovani rampanti pieni di idee rivoluzionarie e sogni geniali. Lo auspichiamo anche se le statistiche europee sono tutt’altro che consolatorie dicendoci che nel 2016 la percentuale di laureati 30-34enni è cresciuta in tutti i Paesi membri dell’Ue rispetto al 2002, ma l’Italia è tra i Paesi con la percentuale più bassa: appena il 26,2%. Anzi, Eurostat ci dice pure che l’Italia detiene anche il record negativo per l’abbandono scolastico dei 18-24enni (14%), mostrandoci giovani che non hanno nemmeno l’ambizione di finire le scuole quando prima, quando il diritto allo studio era roba da ricchi, per pochi e ancora tutto da conquistare, si piangeva per non potersi permettere la scuola.

Per carità, di giovani brillanti ce ne sono e speriamo ce ne siano sempre di più. Speriamo che riescano a invertire ogni tendenza disfattista, a superare tutti gli ostacoli (e sono tantissimi) e a ribaltare tutti i meccanismi perversi di un sistema che non funziona in troppi punti pur avendo potenzialità enormi. Speriamo soprattutto che questi giovani non lascino il Paese e soprattutto il Sud, come si prevede succeda da qui al 2065 quando avremo un Mezzogiorno popolato di anziani e un Paese svuotato di forza lavoro e di talenti.

Ma perchè, in un Paese che invecchia e che della gerontologia fa una normale (e storicamente inattaccabile) condizione di vita sociale e lavorativa, non dobbiamo aspettarci che a proporci le innovazioni non siano anche loro, gli anziani? 

Non è solo l’esperienza che insegna o la saggezza che viene con la maturità. E’ la convinzione che si possono ottenere risultati esaltanti anche a dispetto dell’età. 

E’ questione di mentalità, di approccio, di dna del pensiero. 

Non si tratta più di esamifici universitari o di scuole di vita ma di continuare a  sperimentare senza pensare mai di essere arrivati, di credere sinceramente nell’utilità del progresso, innanzitutto personale. 

Se si fa impresa, se si è volenterosi, se si fa con passione il proprio lavoro, si è pronti a rimettersi naturalmente in gioco anche quando per gli altri si è nell’età della pensione, con l’umiltà di non voler mai smettere di imparare. Nemmeno quando si avrebbe solo da insegnare agli altri.

 

Ecco, da questi anziani che non hanno soffocato il fanciullino, c’è da aspettarsi (e da augurarsi) che arrivi l’innovazione. 

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