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La Grande Bellezza che sappiamo sprecare

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La grande bellezza, quella supposta, incontaminata radice della superiorità culturale europea, e in particolare italiana, esiste.

E’ una notizia, in tempi di relativismo. Peccato però, che non corrisponda a quell’atteggiamento di supponenza che politici, economisti, addirittura popolino (spesso populista) mettono in pratica ogni giorno con il loro orgoglio di essere italiani. Quella si chiama spocchia, che porta a vedere nell’altro, vicino di casa o nuovo arrivato che sia, sempre una minaccia e mai un’opportunità a prescindere da valutazioni oggettive.

C’è chi si considera superiore perché italiano, discendente da una fiera schiatta di uomini dediti alla cultura e all’onore che hanno forgiato il territorio della Penisola con capolavori artistici e culturali, di qualunque tipo di cultura si parli, e si riempiono la bocca di aneddoti e citazioni (spesso sbagliati) che farebbero ridere se non fossero tragici. E forse sono gli stessi che dicendo di essere liberi di fare come vogliono a casa loro, mettono ritratti e frasi del Duce in bella vista nei loro stabilimenti balneari o decidono di non accogliere omosessuali (e animali, che vista la sensibilità attuale è pure più controproducente) nelle loro strutture.

Dal punto di vista di quello che oggi si chiama “feedback”, e che rappresenta uno dei valori più importanti nell’era del web per valorizzare il patrimonio materiale e immateriale che ogni territorio possiede, e per l’Italia questo vale ancora di più, certi atteggiamenti rappresentano una autocastrazione che non possiamo più permetterci. 

Per qualcuno saranno atteggiamenti folkloristici, ma in un mercato mondiale che fornisce al potenziale viaggiatore piattaforme gratuite come Tripadvisor dove la reputazione e il passaparola sono fondamentali, possono diventare un boomerang difficile da riprendere al volo. 

E non siamo in Australia.

Per Helena Egan di Tripadvisor, l’Italia deve innanzitutto essere orgogliosa del proprio “prodotto”. I puristi potrebbero scandalizzarsi per la definizione, ma a loro andrebbe ricordato che il turismo in Italia vale ogni anno 70 miliardi di euro, il 4% circa del Pil. E che, per restare in tema di cultura, pecunia non olet: il denaro non puzza, mai. E allora sarebbe il caso, forse, di studiare e capire che con un minimo sforzo si può valorizzare quella tradizione che la storia, benigna e magnanima, ha regalato all’Italia, senza vaneggiare di superiorità culturali personali difficili da giustificare e spesso proprio inesistenti. Basta poco, solo mettere a frutto quello che c’è già.

Un po’ come il Mediterraneo, che è lì da sempre per unire e non dividere. La tradizione agricola del Mare Nostrum è uno dei pilastri della civiltà moderna, e dopo secoli di contaminazione e di sperimentazione chimica gli esperti hanno compreso che la ricerca sta tornando al passato, alla riscoperta delle colture autoctone e dei saperi millenari degli albori della coltivazione. Nata, appunto, sulle sponde del Mediterraneo, e che potrebbe tornare a essere la salvezza di territori che si affacciano sulle sue sponde e in cui la speranza di un futuro sembra sempre più labile. La ricetta, dunque, la conosciamo da parecchio. 

 

Occorre solo parlare meno e fare di più.

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