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L’orgoglio italiano e la paura dei mercati globali

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Brutti, sporchi e cattivi. Musulmani, cinesi, indiani, africani, chi più ne ha più ne metta. Se un alieno arrivasse sulla Terra in questo momento forse neanche penserebbe di essere di fronte a una specie unica, osservando il genere umano. La paura del diverso vince ovunque, le tentazioni di autarchia e di nazionalismo debordano dalle piazze ai social network fin nelle urne, decretando il trionfo dei populismi e degli estremismi.

Fortuna che l’economia, come al solito, parla un’altra lingua. 

I dati ci dicono che l’export italiano, come in altri grandi Paesi europei come la Germania, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, trascinando la ripresa dell’economia e del Pil. 

Agroalimentare, manifatturiero, oltre alla ormai proverbiale moda e all’arredamento, hanno permesso all’industria nazionale di risollevare finalmente e stabilmente la testa dopo la crisi peggiore dal secondo dopoguerra. Persino nel nostro profondo Sud che resta sempre una questione aperta, sempre da rimettere al centro delle agende politiche nazionali, sempre un passo indietro e un peso anche quando può vantare eccellenze, risultati che non si capisce perchè debbano essere sorprendenti come non si capisce perchè ci si debba sorprendere che si sciolgano comuni per mafia e ‘ndrangheta anche al Nord.  

Eppure, nonostante i tanti freni strutturali e infrastrutturali, gli ostacoli lentoburocratici, i cantieri eterni tra ricorsi e controricorsi, alla fine arrivano i dati. Non le chiacchiere delle polemiche mai costruttive. 

E i dati ci dicono chiaramente che la ripresa c’è e le esportazioni la trainano anche a livello regionale, in una Puglia che cresce ben più del resto del Mezzogiorno. Certo, la Lombardia con i suoi 8 miliardi di export dovremo guardarla con ammirazione per molto altro tempo ma dai nostri 800 milioni conquistati “nonostante tutto” il clima di fiducia si sente tutto e con ragione.

Le piazze estere dove non si impone più solo la moda e il Made in Italy più classico ma dove anche l’alta tecnologia nazionale riesce a uscire dalle nicchie e a conquistare importanti fette di mercato, premiano gli sforzi.

Merito, guarda un po’, dei nuovi ricchi. Musulmani, cinesi, indiani. Che quando comprano la nostra merce a peso d’oro non ci fanno troppo ribrezzo. E meglio così, perché è proprio nel mondo (con i dovuti correttivi) che le nostre imprese devono cercare il futuro e i nuovi mercati.

Siamo in un mercato globale che, per quanto non ci piaccia e abbia pecche, è il nostro orizzonte obbligatorio.

 

Certo, un rilancio del potere d’acquisto interno è necessario, anche perché altrimenti la forbice tra ricchi e poveri continuerà solamente a divaricarsi, come denunciano i sindacati, e in una direzione che certo non fa bene a nessuno. Ma la strada dell’internazionalizzazione e del confronto globale non può che fare bene all’impresa italiana, che spesso quando si confronta con il mondo diventa eccellenza. Di quello, certo, si dovrebbe andare orgogliosi. Perché altrimenti quel “prima gli italiani” si potrebbe trasformare in un bel pugno di mosche.

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