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In Italia pressione fiscale e burocratica superiore rispetto all’Eurozona

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Il percorso di discesa della pressione fiscale registrato negli ultimi anni non ha ancora chiuso il divario con l’Europa – aperto nel 2005 ed esploso nel 2011 – che costringe le imprese italiane ad operare in condizioni di svantaggio competitivo nei confrontidei competitor europei.

Nel 2017 in Italia l’indicatore di carico fiscale (tax burden) – calcolato dalla Commissione europea e aggiornato nelle recenti previsioni di autunno – è sceso di 1 punto rispetto al massimo del 2012, ma la diminuzione non ha ancora colmato il divario con l’Europa: nel 2017, infatti, l’Italia mantiene un gap di pressione fiscale con l’Eurozona di 1,3 punti di PIL che tiene lontano il nostro Paese da quell’allineamento con i partner europei che si registrava nel 2005 quando il tax burden era inferiore di 0,2 punti di PIL rispetto all’Eurozona.

Nel 2017 il carico fiscale arriva in Italia al 42,8% del PIL e rispetto al 41,5% dell’Eurozona il tax spread vale 22.624 milioni di euro, pari a 373 euro per abitante. Per il 2018 si prevede per l’Italia una discesa del carico fiscale al 42,5% del PIL, con un gap che rimane pari ad 1,2 punti percentuali rispetto al 41,3% dell’Eurozona. Più accentuata la riduzione nel 2019 quando il gap si dovrebbe ridurre a 0,9 punti di PIL.

In questa prospettiva, commenta il centro studi di Confartigianato, destano preoccupazione gli interventi di politica fiscale che recuperano risorse privilegiando le maggiori entrate a tagli di sprechi e spesa pubblica inefficiente. Il disegno di legge di bilancio 2018 – che definisce interventi per 22,1 miliardi di euro – recupera risorse da maggiori entrate per 7.186 milioni di euro, quasi il doppio (1,8 volte) dei 3.990 milioni di riduzioni di spesa.

In parallelo alla maggiore pressione fiscale sull’economia, sulle imprese italiane gravano più elevati oneri burocratici, come evidenziato da una nostra recente analisi sul “burofisco” ripresa in una inchiesta di Sergio Rizzo su Repubblica.

Secondo l’ultimo aggiornamento della comparazione della Banca Mondiale sulle condizioni di fare impresa, l’Italia si colloca al 112° posto nel Mondo per procedure e tempi per pagare le tasse, con effetti negativi sulla competitività delle imprese e in particolare su quelle esposte alla concorrenza internazionale. Il confronto europeo evidenzia che per la complessità degli adempimenti fiscali una impresa in Italia per pagare le imposte impiega 238 ore, il 34% in più delle 178 ore rilevate nella media dei 19 Paesi dell’Eurozona. Nel confronto tra i maggiori Paesi dell’Uem, in Germania il tempo per pagare le imposte scende a 218 ore, in Spagna a 152 ore, in Francia a 139 ore.

Nell’ambito delle politiche fiscali va segnalato che interventi di contrasto all’evasione presentano elevati rischi di un aumento della pressione burocratica sulle imprese. Il disegno di legge di bilancio in discussione in Parlamento individua nel triennio 2018-2020 maggiori entrate per 2.681 milioni all’anno per azioni di contrasto all’evasioneche nella concreta applicazione introduce un nuovo adempimento, la trasmissione elettronica dei dati delle fatture, che determina un forte impatto sui processi gestionali delle imprese, in specie delle piccole attività.

 

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