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Serve Impresa 4.0 se prima non s’investe sulla formazione?

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Siamo un’economia industriale “ad alto reddito ma anomala, perché caratterizzata, a confronto con le altre maggiori economie europee, da livelli di istruzione e competenze modesti, ancorché crescenti”. 

Il Rapporto sulla Conoscenza, pubblicato per la prima volta dall’Istat, fa una considerazione importante: è il capitale umano a fare la differenza.

L’istruzione di imprenditori e dipendenti è associata alla performance delle imprese: più è elevata e più la dinamica del valore aggiunto è favorevole, i salari sono migliori e i tassi di sopravvivenza sono elevati. Il livello di istruzione influisce cioè sulla partecipazione al mercato del lavoro, sulle possibilità di occupazione e sui redditi.

Questo non ci dice solo che l’economia passa direttamente dalla conoscenza ma che investire in formazione così come in ricerca (che è fatta da laureati), paga. 

Paga ancora di più quella informatica. Avere competenze digitali oggi è un fattore strategico per la competitività del sistema socio-economico eppure siamo poco consapevoli della loro importanza se è vero che, nonostante l’alta domanda, mancano addetti formati adeguatamente e che al momento è una competenza scarsamente diffusa nelle imprese, nelle pubbliche amministrazioni, fra i cittadini. 

Siamo un Paese con una forte spinta all’economia digitale ma che fatica a crearsi le competenze necessarie a supportarla: manca, dice la terza edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, una strategia di lungo periodo che coinvolga aziende e sistema formativo, manca una visione d’insieme che coordini i percorsi della trasformazione digitale, mancano risorse per rendere la Pubblica amministrazione adeguata al cambiamento. Per la serie altro che Smart Cities, Speed o Agenda digitale, fibra o 5G.

A cosa serve avere il piano di Impresa 4.0 se non investiamo sulle competenze necessarie a parlare la lingua del Cloud, dei Big Data, di IoT e Artificial Intelligence?

Che ci sia ampio spazio di manovra ce lo conferma Microsoft annunciando 40 milioni di euro, quasi il doppio del budget 2017, per formazione e crescita della filiera Ict italiana.  

Ma se l’uso di applicativi per la condivisione e l’analisi dei flussi informativi aziendali è indice di per sè di un’organizzazione d’impresa strutturata e di competenze interne evolute, si desume anche che chi ne prescinde in realtà già ammette di stare un passo indietro o anche di non stare al passo con il mercato. E poichè questa descrizione definisce gran parte delle piccole e piccolissime imprese attive in larga parte in comparti a bassa tecnologia e nei servizi a ridotta intensità di conoscenza, che però formano la parte forse più corposa del nostro tessuto produttivo, in realtà diciamo che c’è poco da stare sereni. 

Poichè il principale veicolo di creazione di conoscenza è oggi rappresentato dall’attività di Ricerca e Sviluppo, e l’intero Mezzogiorno copre soltanto il 10% della spesa nazionale, è evidente che il divario di cui ci lamentiamo da sempre e che ci separa dal Nord, difficilmente potrà essere colmato se non si sfrutta questa stagione di investimenti mirati.

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