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Per la crescita servono più investimenti pubblici ma Italia ultima in UE, con un divario da 14,9 miliardi

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E' approdato in Parlamento il disegno di legge di bilancio che prevede per il 2019 un maggiore disavanzo di 21,9 miliardi di euro, pari all’1,2% del PIL, che aggiungendosi ai 22,4 miliardi previsti nel quadro tendenziale – a legislazione vigente – e pari all’1,2% del PIL, colloca il deficit programmatico a 44,3 miliardi, il discusso 2,4% del PIL.

Le distanze tra Roma e Bruxelles – Su crescita dell’economia e saldi di finanza pubblica si registra una ampia divergenza tra le previsioni della Commissione europea e quelle del Governo. L’European Economic Forecast di autunno pubblicato giovedì scorso dalla Direzione generale degli Affari economici e finanziari del Commissario Pierre Moscovici indica per l’Italia un deficit 2019 di 52,1 miliardi di euro, pari al 2,9% del PIL, mezzo punto in più di quanto indicato dal Governo nel Documento programmatico di bilancio (il divario sale ad 1 punto nel 2020); sul più ampio deficit previsto dalla Commissione pesa una stima del PIL nominale inferiore di 12 miliardi di euro.

La composizione della manovra – Sulla base del quadro riepilogativo della manovra contenuto nella relazione tecnica al provvedimento, nella media del triennio di programmazione (2019-2021), gli interventi della manovra sono determinati per il 63,8% da incrementi di spesa e il 36,2% da minori entrate. In particolare nel 2019 i tre quarti (73,6%) delle minori entrate sono rappresentati dalla neutralizzazione degli aumenti di IVA e accise previsti dalle clausole di salvaguardia. Sugli incrementi di spesa prevalgono quelli relativi alla spesa corrente (44,8% degli interventi), più del doppio delle maggiori spese in conto capitale (19,0%), posta che comprende gli investimenti pubblici.

Sul fronte delle risorse il 25,1% degli impieghi della manovra triennale è coperto da maggiori entrate e il 20,7% da minori spese, mentre il rimanente 54,3% degli interventi determina un maggiore deficit di bilancio.  In particolare un terzo degli interventi è assorbito da reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni.

Rafforzare la spesa per investimenti – Le risorse che la manovra destina al rilancio degli investimenti pubblici ammontano – in relazione agli effetti sui saldi di bilancio – a 3,5 miliardi di euro nel 2019, a 5,6 miliardi nel 2020 e a 6,5 miliardi nel 2021. A tal proposito va ricordato che l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione europea per gli investimenti pubblici, che nel 2018 sono pari all’1,9% del PIL, con un divario di 0,8 punti rispetto al 2,7% della media UE, pari a 14,9 miliardi di euro. In particolare maggiori investimenti pubblici rafforzerebbero le difese del territorio nei confronti degli effetti del cambiamento climatico: nel 2017 in Italia vi sono stati 172 eventi franosi che hanno causato vittime e danni a edifici, beni culturali e infrastrutture e il 16,6% del territorio nazionale presenta una maggiore pericolosità da frana e/o idraulica.

La crisi degli investimenti delle Amministrazioni locali – Il 55,5% della spesa per investimenti è gestita dalle Amministrazioni locali e sale al 79,0% per gli investimenti in Costruzioni. Come è stato esaminato nel Rapporto 2018 dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia la bassa accumulazione di capitale pubblico da parte di Regioni ed enti locali si registra, in modo più accentuato, in regioni a più alto reddito. In Lombardia la spesa pubblica per investimenti delle Amministrazioni locali è di 197 euro per abitante contro la media italiana del 264 e in relazione al PIL per abitante è pari allo 0,54% ed è la più bassa in Italia, quasi dimezzata rispetto allo 0,97% della media Italia e risultando inferiore a quella del Lazio (0,58%) e dell’Emilia Romagna (0,64%).

Ridurre il gap infrastrutturale – Più risorse del bilancio pubblico destinate agli investimenti – come evidenziato da Confartigianato – rafforzerebbero la dotazione infrastrutturale, migliorando la produttività del lavoro e la crescita economica, grazie all’amplificato effetto dei moltiplicatori fiscali. Anche su questo fronte il gap da colmare è ampio: nel confronto internazionale sui fattori di competitività l’Italia presenta un indicatore di dotazione infrastrutturale inferiore del 19,5% alla media UE.

L’indice delle infrastrutture – il report della Commissione europea esamina quelle dei trasporti – è più elevato in Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, mentre evidenzia un pesante ritardo nel Mezzogiorno  ed in particolare in Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna.

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