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Antonio Decaro, sindaco di Bari, ha mantenuto la promessa di presentare la giunta entro dieci giorni dal suo insediamento. Al nono giorno si è presentato in via Argiro con la sua squadra, avendo alle spalle il cantiere che sta ultimando i lavori della strada pedonale. Una operazione di comunicazione che ha voluto far passare il messaggio “siamo pronti a lavorare” e che è servita a presentare i cinque uomini e le cinque donne che lo affiancheranno nell’amministrazione della città.

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Segnali positivi. Fiducia. La crisi non è alle spalle e stende ancora la sua ombra sul sistema economico italiano e pugliese, ma qui da noi la voglia di andare avanti è più forte di tutto. Ci credono gli imprenditori. Ci credono le istituzioni. Ci credono i lavoratori, anzi ci sperano. La fotografia scattata dalla Banca d’Italia per il 2013 è ancora a tinte fosche. Ma gli spiragli per uscire dalla crisi ci sono. I segnali sono inequivocabili: l’incremento del 18,1% dell’export pugliese nel primo trimestre di quest’anno, non è un elemento decisivo in direzione dello sviluppo, ma è sicuramente un dato incoraggiante, il segno evidente che qualcosa sta cambiando. Anzi, è già cambiato, visto che i dati vengono rilevati sempre a posteriori.

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Sport, impresa e turismo: un trinomio sul quale dobbiamo puntare. I grandi avvenimenti sportivi sono un veicolo di lancio dei territori, sia sotto l’aspetto turistico-culturale, sia sotto il profilo della capacità di ospitare, mettendo in mostra anche le strutture ricettive che il territorio possiede. Ma attenzione perché se qualcosa va storto, come è accaduto con il Giro d’Italia, l’effetto risulta dannatamente negativo.

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A Bari impazza la campagna elettorale. La città ha, o meglio aveva, un ruolo strategico negli equilibri politici nazionali. Eh sì, perché col tempo l’appannamento di alcuni protagonisti della scena politica barese, con relative «trombature», ha forse reso meno strategica l’elezione del sindaco della città capoluogo di Regione, seconda nel Sud per importanza economica.

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Le pietre parlano, con le epigrafi, e raccontano di nomi e lasciano intendere storie. Molte sono le epigrafi con nomi di donne, che possiamo intuire avessero fiorenti attività che oggi definiremmo imprenditoriali: incontriamo così una matrona di Taso, che traeva utili dall’attività dei gladiatori, o una Arria Fadilla o una Cecilia Amanda, che si erano dedicate alla produzione di materiali per l’edilizia. Ma la tradizione, avara, non ci ha riservato molto altro.

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Demolire la Costa Concordia a Taranto? Sì, ma demolire non è il verbo giusto, meglio recuperare. Eh sì, perché la nave affondata al largo dell’isola del Giglio, può rappresentare un esempio importante e da seguire per quello che può essere definito «ciclo virtuoso del recupero».
Il progetto candida Taranto, il suo porto, l’Ilva, ma anche le forze imprenditoriali del territorio, soprattutto quelle giovani che vogliono cimentarsi in una iniziativa che potrebbe aprire un nuovo scenario d’impresa. Uno smontaggio intelligente che recupera e riqualifica, facendo business con i materiali ottenuti. Presentato da Confindustria, Assologistica, studio dell’ing. Luigi Severini e da molte associazioni del territorio (Rotary, Lions, Propeller, Serra, Soroptimist, Zonta, Leo, Rotaract, UNESCO, Donne senza frontiere), in realtà punta ad un protagonismo nuovo che però ha bisogno di un sostegno vero da parte delle istituzioni.

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Fino a qualche anno fa si discuteva del fallimento delle politiche industriali degli anni del boom economico, perché avevano puntato su una industrializzazione monoculturale, stravolgendo territori, creando giganti con i piedi di argilla esposti alle sabbie mobili dei mercati. E si parlava di modelli di sviluppo «altri», puntati sulla valorizzazione delle diversità territoriali, su una crescita armonica, che tenesse insieme: agricoltura, turismo, cultura, industria, commercio, artigianato, tradizioni. Insomma, tutto quello che un territorio può esprimere in termini endogeni, ma anche esogeni grazie alla capacità di attrarre capitali e investimenti. Poi è arrivata l’era di internet e di una sorta di edonismo reganiano a scoppio ritardato, che ha visto e vede la Puglia al centro soprattutto di flussi turistici modaioli, benedetti e maledetti. Benedetti perché portano risorse economiche. Maledetti perché tutti sembrano invasati da questo nuovo «credo» che mette al bando tutto quello che non è in linea con questa moda.

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Lo hanno ritrovato in un canale di scolo, ai margini di una strada della zona industriale di Bari-Modugno, nei pressi di un  centro commerciale. Sembrava un piccolo sacco rosso, svuotato, un fisico smagrito in un costume molto più grande di lui. O meglio, un vecchio costume rosso con i bordi bianchi, che era forse appartenuto a qualcun altro o allo stesso personaggio, ma in altri tempi, molto più floridi, quando doveva essere un omone dalla voce tonante e dalla figura imponente. Accanto, una specie di gerla vuota, dentro qualche residuo di dolcetti e niente più. Gli investigatori hanno un gran bel interrogativo al quale non riescono a rispondere: chi ha ucciso questo personaggio, che somiglia, ma solo lontanamente a Babbo Natale? Sul suo corpo nessun segno di violenza, sembra essersi consunto, ridotto al lumicino, spento pian piano come una candela che si consuma.

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Protestate, protestate,  qualcosa resterà. Sembra questo l’atteggiamento del governo nei confronti delle manifestazioni che hanno messo nel mirino la politica economica dell’esecutivo. La legge di stabilità e il disegno di legge collegato  denominato «Destinazione Italia» piacciono poco, anzi niente. L’impressione è che si tratti di una accozzaglia di pannicelli caldi (come si diceva una volta) che poco potranno fare in prospettiva di un vero rilancio dell’economia, ma che servono al governo per tirare a campare con la speranza di riuscire a varare le riforme, soprattutto quella elettorale.

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Quanta fatica. Raccontare la realtà può essere davvero faticoso, soprattutto se i protagonisti delle storie, dei casi, della realtà stessa, non hanno voglia di parlare. Anzi, di raccontarsi. Perché a dir la verità parlano, ma soltanto a microfoni spenti, nei corridoi, per lamentarsi di quello che non funziona, delle angherie subìte, dei favoritismi. Quando giunge il momento di ufficializzare, di confermare per poter scrivere, partono i distinguo e i «ma era un pettegolezzo, niente di serio», «non mi mettere in difficoltà, altrimenti la banca mi chiude il fido», «vuoi farmi smettere di lavorare con la pubblica amministrazione?». Perché è più comodo che le verità scomode le dica o le scriva qualcun altro.

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